I Labubu, mostriciattoli creati col sangue di ragazzini cinesi.

Negli ultimi anni, il mondo ha assistito a un’evoluzione notevole nel panorama dei giocattoli da collezione, con i Labubu che si sono affermati come il nuovo oggetto del desiderio per giovani e adulti. Questi pupazzetti, dall’aspetto di mostri elfi con denti aguzzi, sono il simbolo della linea Monsters di Pop Mart, una società cinese che nel 2025 ha visto un’impennata straordinaria nei propri profitti, generando quasi 5 miliardi di yuan (circa 577 milioni di euro) nei soli primi sei mesi dell’anno. La popolarità dei Labubu è esplosa grazie alle Blind Box, confezioni misteriose che trasformano l’acquisto in una vera e propria esperienza ludica. Celebrità internazionali come Rihanna e David Beckham hanno alimentato il passaparola, mentre piattaforme social come TikTok e Xiaohongshu hanno amplificato l’ossessione per il fenomeno dell’unboxing.

Tuttavia, il successo commerciale di questi giocattoli nasconde una verità meno scintillante. Dietro il sorriso colorato dei Labubu si cela una realtà oscura: quella di una fabbrica cinese, Shunjia Toys, dove minorenni lavorano in condizioni precarie e senza tutele legali. In questo contesto, il prezzo del soft power cinese viene pagato dai più vulnerabili.

L’inchiesta di China Labor Watch: un’illuminazione scomoda

Un’inchiesta condotta dalla ONG China Labor Watch e riportata dal Guardian ha rivelato come la fabbrica Shunjia Toys nella provincia di Jiangxi impieghi lavoratori tra i 16 e i 18 anni, violando le leggi cinesi sul lavoro minorile. Questi giovani lavoratori vengono assegnati alle stesse linee di assemblaggio degli adulti, caricati di obiettivi irrealistici e senza alcuna formazione adeguata in materia di sicurezza. Molti di loro non comprendono i contratti che firmano e ignorano i loro diritti legali, spesso lasciando spazi vuoti nei documenti.

La situazione è allarmante: un team di 25-30 dipendenti è costretto ad assemblare fino a 4.000 pupazzi al giorno, con straordinari che superano di gran lunga i limiti di legge, arrivando a oltre 100 ore extra al mese contro le 36 consentite. A fronte di una capacità produttiva dichiarata di 12 milioni di giocattoli all’anno, gli investigatori stimano che solo due squadre lavorino già a una produzione che supera i 24 milioni di unità. Questi dati pongono interrogativi enormi sulle condizioni di lavoro e sull’etica di un’industria che si avvale di manodopera giovanile senza diritti.

Un’analisi del soft power cinese

Il successo dei Labubu rappresenta un tentativo più ampio della Cina di colmare il divario con l’Occidente e di riaffermare la sua posizione come centro globale di innovazione. Sebbene il design dei pupazzi possa avere radici internazionali, la Cina li celebra come emblema della sua capacità di esportare creatività e tecnologia. La rivista ufficiale del Partito comunista ha definito la popolarità dei Labubu come un chiaro segnale di progresso, evidenziando come questi oggetti di culto possano contribuire alla costruzione di un’immagine positiva della nazione agli occhi dei giovani stranieri.

Questa strategia culturale si integra all’interno di un quadro più ampio, dove film, videogiochi e prodotti di intrattenimento sono utilizzati per rafforzare il soft power della Cina. Tuttavia, mentre i Labubu conquistano mercati internazionali e l’attenzione di celebrità, i diritti dei lavoratori cinesi, soprattutto quelli più vulnerabili, continuano a essere trascurati.

La doppia faccia del successo: cultura pop e sfruttamento

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Labubu shop. By Sandor Somkuti – https://www.flickr.com/photos/somkuti/54679747274/, CC BY-SA 4.0

Nove dentini aguzzi, occhi grandi e orecchie all’insù: i Labubu sono nati nel 2015 dall’artista e illustratore di Hong Kong, Kasing Lung. Oggi, questi pupazzi fanno impazzire bambini e adulti, che si mettono in fila per ore pur di accaparrarsi uno di essi. Che siano in versione mini, maxi, da scrivania, peluche o charm, la loro presenza è ovunque, sia nella vita reale che sui social media.

Alla pari di altre icone del consumismo come Hello Kitty, Winny The Pooh, Topoplino, ecc, gli orribili Labubu Ma che cosa rende i Labubu non sono altro che la manifestazione attuale di un crescente bisogno di personalizzazione e di identificazione con un prodotto di tendenza.

Tuttavia, non tutti condividono questa eccitazione. Alcuni critici considerano i Labubu poco graziosi e affermano di intravedere in essi origini oscure: non possiamo che concordare. Oggetti demoniaci creati col sangue dei ragazzini sfruttati, crediamo che chi li compra andrà incontro a nefaste ed orride conseguenze. Pupazzi satanici posseduti che durante la notte strappano i denti ai loro proprietari per rivenderli al mercato nero delle dentiere.

I Labubu sono solo l’ultimo caso alla ribalta

Come sempre China Labor Watch è sul pezzo. Peccato che nessuno fra chi dovrebbe, li ascolti. Il caso dei Labubu è solo l’ennesimo tassello dello sfruttamento della manodopera nelle fabbriche cinesi, soprattutto giovani e giovanissimi, i quali meglio sopportano la fatica, e donne, le cui piccole mani sono indispensabili per assemblare gli iPhone e gli altri dispositivi hi-tech prodotti in loco. A terry Gou, boss di Foxconn, fischieranno le orecchie. Fino a che punto siamo disposti a ignorare il prezzo pagato dai più giovani in nome di una moda? La risposta è: #primagliitaliani, ovvero a noi non frega assolutamente nulla, anzi, importare merce dalla Cina a prezzi molto bassi è una buona scusa per imporre dazi e far incassare soldi allo Stato.